La Plataforma Salvem el Cabanyal


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La Plataforma Salvem el Cabanyal

Il 22 aprile 1998 nasce la Plataforma Salvem el Cabanyal-Canyamelar, costituita da varie entità, vecinos, negozianti, partiti politici dell’opposizione e entità culturali, contro il prolungamento della avenida Blasco Ibañez. La parola “plataforma”, che fin’ora ho sempre lasciato senza traduzione, significa “piattaforma” o “base”, nel linguaggio militare indica un “bastione” e “piazzola” e, in senso figurativo ” causa” o “ideologia”. La Plataforma in questione è tutte queste cose insieme, un bastione di resistenza che funge da base e collettore per difendere una causa.

Consultando i vecchi quotidiani si può vedere come già dall’anno 1981 si facesse sentire una certa opposizione all’idea del prolungamento, quando, nel 1988, il P.G.O.U. rimase paralizzato dalla giunta governata dal Partido Socialista del Pais Valenciano-P.S.O.E. (Partido Socialista Obrero Español) per la durata del mandato.

Quattro anni dopo vinse le elezioni il Partito Popolare e fu ripresa l’idea del prolungamento, gli abitanti del quartiere cominciarono ad abbandonare le case che avevano bisogno di ristrutturazione, pensando che la realizzazione del Piano sarebbe stata imminente e sparirono gli investimenti di privati, avviando l’intero quartiere a una condizione di crescente degrado che, nonostante la dichiarazione di B.I.C., oggi ha raggiunto alti livelli.

Nel frattempo, da quasi cinque anni, la Plataforma organizza con ogni mezzo qualunque tipo di attività che possa fermare il progetto che minaccia la distruzione del barrio. Chiede l’appoggio dell’Università Politecnica di Valencia che già dal 1996 propose piani alternativi al prolungamento, raccoglie migliaia di firme, centinaia di rapporti di esperti in architettura, storia dell’arte, sociologia, salute, giurisprudenza, presentandoli invano al Municipio.

Innumerevoli sono state le manifestazioni davanti al palazzo dell’Ayuntamiento e in particolari le caceroladas, ossia le manifestazioni organizzate percuotendo le pentole e, in particolare a Valencia, le paellas.

Certo il pittoresco, il colorito, è uno degli aspetti fondamentali della Plataforma, ma bisogna pensare che le persone coinvolte nell’associazione tentano comunque di affrontare la situazione senza mai perdere il senso dell’umorismo. Questo non vuol dire che non abbiano impugnato mezzi anche molto seri, come per esempio lo sciopero della fame, o la presentazione da parte di un loro legale di un ricorso al Tribunal Superior, che, dopo anni, ha portato alla sospensione cautelare del progetto. Ma è innegabile l’entusiasmo e, perché no, lo spirito, con cui hanno portato avanti tante manifestazioni e che, credo, li ha aiutati a resistere per tanto tempo senza mai perdersi d’animo. Consideriamo anche il fatto che per molti vecinos la Plataforma col tempo è diventata una occupazione molto impegnativa, quasi un secondo lavoro. Ognuno di loro contribuisce secondo le proprie capacità: chi ha studiato si occupa delle questioni più tecniche, sono architetti, professori di storia dell’arte, avvocati, operatori video, grafici, artisti, economisti. Tutti gli altri sono il braccio dell’organizzazione e si occupano di curare le relazioni con la stampa, con i partiti politici, delle questioni più pratiche come affiggere cartelli che annunciano le azioni, o anche semplicemente cucinare, pulire, intrattenere, perché spesso si organizzano riunioni a cui sono invitate un gran numero di persone. Tutto ciò con un coordinamento davvero invidiabile che evidentemente funziona, visto che nella lista dei collettivi di Valencia Salvem el Cabanyal è sempre ai primi posti.

Portes Obertes: la cultura come lotta

Dal 1998 un folto gruppo di artisti che vivono nel Cabanyal ha formato in modo spontaneo un collettivo impegnato nella lotta sociale sviluppata nel quartiere, proponendo l’arte come un mezzo di lotta per la conservazione del barrio. E’ nato così Cabanyal Portes Obertes, che in valenciano significa Porte Aperte, un progetto di istallazioni artistiche di diverse discipline in tutto il quartiere, per le strade e nelle case dei vecinos che aprono le porte al pubblico una volta all’anno nei fine settimana durante un mese. Lo scopo principale di questa manifestazione è quello di far conoscere il Cabanyal alla città di Valencia, mostrare che si tratta di un barrio vivo e attivo e meritevole di essere conservato e restaurato. Durante il mese di apertura del museo-quartiere sono inoltre organizzati eventi collaterali, come per esempio le visite guidate tenute da due professoresse di storia dell’arte e che hanno fatto conoscere in questi anni a migliaia di persone la particolarità e l’eclettismo del già descritto modernismo popolare, ma anche conferenze, performance, proiezioni di cortometraggi e concerti. A parte gli artisti che hanno prestato le loro opere, Portes Obertes ha potuto contare sulla collaborazione di numerosi professori, politici, giornalisti, sociologi e gente dello spettacolo, facendo di questa manifestazione d’arte una delle più grandi e gradite della città, che cominciò nel ’98 con 5000 spettatori arrivando a contarne 10000 con le ultime edizioni.

La prima edizione, nel dicembre del 1998, ospitò 160 opere di 196 artisti, alla seconda, tra novembre e dicembre del 1999 parteciparono 245 artisti per un totale di 210 opere. La terza edizione, nel maggio 2000 fu un’esposizione monografica dell’opera di Josep Renau, resa possibile grazie alla fondazione omonima che prestò i suoi fondi per realizzare la più grande retrospettiva dell’artista nato nel 1907 nel Cabanyal stesso. Le opere esposte erano 197 divise in 8 serie di cartelli e fotomontaggi che furono collocate in 11 case.

Nel 2001 gli abitanti del quartiere hanno allestito un vero e proprio museo in calle de la Reina 145, raccogliendo tutto il materiale delle prime edizioni e facendo delle installazioni per le strade e sulla spiaggia. Per il prossimo giugno è invece prevista una rassegna di teatro che è ancora in gestazione, ma diciamo che gli organizzatori hanno voluto cambiare genere per continuare a rinnovare l’idea e richiamare sempre più gente.

La filosofia di Portes Obertes, che ho ritrovato anche in molte interviste, ha l’intenzione di avvicinare la gente al quartiere ma anche all’arte, richiamando anche quelle persone che magari non sono abituate a frequentare musei e gallerie. Portare l’arte nelle strade vuol dire fare in modo che sia alla portata di tutti. Esporre poi nelle stesse case private come se fossero musei aperti al pubblico significa mettersi a nudo, eliminando il confine che delimita normalmente la privacy di una persona. Tre anni fa ho visitato anch’io l’esposizione di Renau e ricordo la sensazione di muovermi nelle case, peraltro molto belle anche all’interno, di persone sconosciute che erano molto contenti di fare da guide e non nascondevano un certo orgoglio nell’ospitare in casa propria opere tanto importanti.

Al di là di Portes Obertes durante tutto l’anno l’arte continua a respirarsi per le strade, permangono infatti moltissimi graffiti simbolici sui muri che circondano le case ormai cadute in pezzi, le lenzuola appese ai balconi che chiedono con frasi colorite e fantasiose un rehabilitaciò, senza dimenticare il grande numero di artisti che hanno scelto il Cabanyal come luogo per lavorare e dove tenere i propri talleres, ossia i laboratori. Inoltre Portes Obertes è un esempio di come l’arte possa diventare uno strumento pacifico di lotta, lottare infatti è anche diffondere informazioni, sensibilizzare, e per fare questo non è sempre necessario gridare o, peggio, ricorrere alla violenza.

La vaga de fam

Un altro mezzo di lotta pacifica sperimentato dalla Plataforma è stata la Vaga de fam, in valenciano sciopero della fame. Dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto da parte della alcaldesa Rita Barberà ad essere ricevuti per dialogare, il 25 marzo 2000 tre membri della Plataforma, tutti uomini, hanno iniziato uno sciopero della fame. I giardini del Parterre, nel centro della città, sono stati il luogo scelto per piantare le tende da campeggio come base. Lo sciopero durò 22 giorni e fu prolungato di qualche giorno rispetto ai presupposti, sperando sempre in una risposta da parte delle autorità, che però non si fecero sentire. Ad ogni modo l’evento fu un vero successo per la Plataforma, dal momento che per il Parterre passarono durante quel mese migliaia di persone. Gli scioperanti ricevettero la solidarietà di molte persone, che si fermavano a parlare con loro aiutandoli a passare i giorni e astenendosi magari un giorno dal cibo, per condividere l’esperienza. Ho letto il quaderno dove la Plataforma raccoglieva le parole di solidarietà dei passanti, alcune delle quali davvero toccanti. Tre anni fa, in quel periodo, ero anch’io a Valencia e passai per il Parterre. Avevo qualche riserva, temevo di incontrare gente sofferente, ma in realtà mi sembrò di assistere a una festa. Anni dopo, conoscendo personalmente le persone che avevano scioperato, ho trovato conferma della mia impressione. E’ sicuramente stata un’esperienza forte, soprattutto pensando che nessuno di loro si aspettava dei risultati immediati da parte del Municipio, ma non per questo vi hanno rinunciato.